Società del Comune di Parma

Paolo Coppi

Paolo Coppi

(1849-1931) – Garibaldino

Vicende: Paolo Coppi (1849-1931), volontario garibaldino nelle campagne del 1866, 1867 e 1870. La cura della sepoltura, di particolare pregio monumentale, venne affidata “all’orfanotrofio Vittorio Emanuele II generosamente beneficato”. La sepoltura della moglie, Albertina Rigolli, successiva alla costruzione del monumento, è stata curata dai nipoti nel 1950. Ricoperta, fino al 2005 da una fitta edera, il monumento è stata ripulito e riportato alla luce grazie all’intervento di ADE nei primi mesi del 2006.

Il monumento: databile posteriormente al 1931, presenta un’alta struttura sviluppata a piramide a base quadrata che culmina con la statua marmorea a tutto tondo di un nudo virile reclinato con accanto un tripode con la fiamma accesa. La piramide è costituita da blocchi di pietra di Carrara disposti in modo irregolare e variamente sbozzati.
Sul lato principale, a sinistra, il busto del defunto, Paolo Coppi, “volontario garibaldino nelle campagne del 1866, 1867 e 1870” è rappresentato a rilievo di tre quarti con il tipico copricapo garibaldino, mentre il ritratto frontale della moglie, addossato a uno dei blocchi, si trova più in alto a destra. Al centro, una lastra levigata presenta l’incisione “Coniugi Coppi”.
Al centro del lato sinistro è situata una croce in marmo, e in basso una lastra incisa con la dedica a Paolo Coppi.
Sulla sommità della piramide si trova la statua raffigurante un nudo virile che si appoggia ai blocchi con l’avambraccio, con il bacino e con i piedi, e sembra concentrato sul teschio che stringe fra le mani. L’apice della piramide è chiuso da un tripode con la fiamma accesa. La composizione evoca il confronto tra luce e tenebra, tra la vita e la morte: chiunque cerchi la luce deve riflettere e confrontarsi con la caducità umana, simboleggiata dal teschio. Il monumento, progettato dall’architetto Amerigo Bonaconza, presenta sulla sommità un importante gruppo scultoreo che si rifà all’iconografia di ispirazione shakespeariana della figura di Amleto, a cui anche l’iscrizione incisa sulla pietra della piramide – “Sub sole vanitas, super solem veritas” – “Sotto il sole vanità, sopra il sole verità” – fa riferimento, può essere attribuita ad Alceo Dossena e Umberto Rossi e spicca per il forte senso di movimento e per la resa plastica dei sentimenti interiori dell’uomo.
Alceo Dossena (Parma 1907-1954) fu scultore particolarmente attivo nell’opera di riproduzione di modelli antichi. A lui si devono, in sodalizio con Umberto Rossi (Parma, 1887-1954), il camino del Castello di Tabiano (su disegno dell’architetto Mario Vacca) e la fontana del castello di Gabiano Monferrato (su disegno di Lamberto Cusani), nonché la maestà “antelamica” di Vicolo del Battistero a Parma.